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Scritto da nel Editoriale, Numero 67 - 1 Marzo 2010 | 0 commenti

Perchè un numero sulle carceri

il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri

Voltaire
Abbiamo iniziato a pensare al tema delle carceri quando ci è stata chiesta una mano ad organizzare una raccolta fondi da destinare all'acquisto di beni di prima necessità per i detenuti dell'istituto penitenziario “La Dozza” di Bologna.
Vivono in una situazione non dignitosa, non hanno nulla, nemmeno la carta igienica per pulirsi” mi disse Sante[1] in quell'occasione.
Quello che ci siamo proposti per questa iniziativa non diverge dall'attività che l'Arengo svolge con regolarità da ormai quattro anni: scegliere un tema, e invitare chiunque ami scrivere a partecipare al confronto che ogni mese prende vita nella nostra agorà virtuale.
Ma come trattare un tema complesso come quello delle carceri e dei diritti da garantire a chi le carceri le popola, senza scadere nella retorica o in facili – e spesso inefficaci – denuncie?
Come affrontare un tema del quale sappiamo poco o nulla, noi che non abbiamo mai visto cos'è la vita in progione, che non conosciamo detenuti o guardie penitenziarie?
Ecco quindi il primo ostacolo: la mancanza di trasparenza. Gli istituti penitenziari non hanno muri di vetro; come avvolti dal leggendario anello di Gige, rimangono completamente invisibili agli occhi della società civile e nulla ci è dato sapere su cosa accade dentro questi edifici. E dire che il mito di Platone ci insegna proprio che la tentazione a commettere azioni riprovevoli cresce, se l'occhio non vede.
Per riuscire a guardare al di là dei muri carcerari siamo partiti da lontano, provando a salire sulle spalle dei giganti: un breve testo datato 1973, che vi riproponiamo, in cui Norberto Bobbio descrive l'istituto penitenziario come un ospedale in cui farsi ricoverare non per guarire ma per ammalarsi maggiormente o per morire. Ci siamo quindi chiesti quale sia il senso della carcerazione: rieducare e reintegrare, o punire ed escludere, chi minaccia la convivenza sociale?
La Costituzione italiana, all'art.27, ci dà una chiara risposta di principio “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, e ci insegna così la differenza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere: come può infatti una struttura di calcestruzzo e acciaio, senza alberi né sufficienti spazi ricreativi, un edificio progettato senza tenere conto delle esigenze delle persone che la abiteranno, risultare uno strumento adeguato ed efficace a perseguire l'obiettivo costituzionale verso cui il sistema penitenziario dovrebbe tendere?
Ecco le prime domande che si siamo posti. Domande per niente originali. Già prima di noi, persone molto più preparate di noi hanno diagnosticato la malattia e datoci la cura. Eppure il problema sembra persistere. E questo forse è il vero nocciolo della questione: perché, dopo 40 anni di denunce, le prigioni continuano a straripare? Perché siamo di nuovo qui, a discutere degli stessi problemi di cui la società ha preso coscienza decenni fa? Perché nulla sembra essere cambiato? Davvero nulla è cambiato?
Queste domande ci hanno incuriosito e, non sapendo rispondere, abbiamo chiesto aiuto a chi le realtà carcerarie le conosce più da vicino. Abbiamo iniziato con un'intervista al prof. Massimo Pavarini, ordinario di diritto penale e penitenziario alla facoltà di giurisprudenza dell'ateneo bolognese, che ci ha proposto un approccio filosofico e disincantato ai problemi delle carceri.
Decisi a scoprire il vaso di Pandora, abbiamo poi conosciuto una nuova realtà, fatta di persone che hanno deciso di dedicare parte del loro tempo ai detenuti penitenziari. L'associazione Una Via del professore di filosofia morale Pier Cesare Bori che, con alcuni suoi studenti di scienze politiche, ogni settimana si reca in carcere a proporre un momento collettivo di lettura e meditazione, perché, come ci insegnano l'esperienza indiana di Kiran Bedi e il discorso del monaco buddhista Thich Nhat Hanh che Bori ci ha regalato – e che noi vi riproponiamo – la consapevolezza di sé è la via per trovare la libertà ovunque tu sia.
Scopriamo gli oggetti nati dallo scarto costruiti nel laboratorio libere di fare, tenuto dalla cooperativa sociale il Labirinto con le ragazze dell'istituto Femminile della casa circondariale di Pesaro, per “diffondere attenzione e cura per lo spazio e gli oggetti che ci circondano, perché la bellezza è un diritto di tutti.”
Conosciamo le esperienze di ragazzi che dentro le carceri hanno preso parte a laboratori teatrali e di scrittura, proponendo così un'esperienza educativa che richiede lavoro, costanza e partecipazione. Ringraziamo per aver deciso di condividere con noi la loro esperienza tutte queste persone con una diversa professione, ma con una comune motivazione, che credono all'importanza di creare un ponte relazionale tra chi sta dentro e il mondo che sta fuori e va avanti. Una possibilità nuova, perché 40 anni fa a un cittadino della società civile non era dato di entrare in carcere, istituto che allora non prevedeva figure professionali come psicologi, educatori o garanti dei diritti delle persone private della libertà. Un'istituzione recente, a Bologna identificabile con l'avvocatessa Desi Bruno, che abbiamo incontrato per capire di cosa si occupa un garante, quali diritti deve tutelare, quali problemi affronta e quali risultati ha ottenuto.
L'immagine sembra spanarsi poco a poco, riusciamo a metter a fuoco e capire in che direzione guardare. Ma per avere una visione plurale del problema era necessario scavalcare il muro penitenziario e dare voce anche a chi dentro le carceri ci abita. Leggiamo la storia di don Max di San Giovanni in Persiceto e Massimo Ballone, ormai ex-detenuto, che in carcere ha vissuto e studiato, fino a laurearsi con una tesi sulla “responsabilizzazione e presa di coscienza nella pena”, divenuta un saggio edito da Tracce, dal quale vi proponiamo un estratto sull'ingiustizia delle case di lavoro. E visitiamo il sito urla dal silenzio che dà una voce a chi dal carcere non uscirà più. Leggiamo le parole e guardiamo i disegni di ergastolani come Pierdonato Zito e Carmelo Musumeci che affermano di subire una pena più grave del delitto che hanno commesso, al punto da portarli a chiedere al Presidente della Repubblica di tramutare la loro pena di detenzione indefinita in pena di morte.
Diversi racconti ed esperienze di detenuti, professori, volontari o semplicemente persone che si sono interrogate su questo tema, sono stati raccolti in questo numero dell'Arengo. Presto diventeranno un volumetto scritto che distribuiremo a offerta libera durante la giornata di raccolta fondi per i detenuti, che avrà luogo in via del Pratello il 21 Marzo. Una data mitologica, in cui Proserpina, sposa del re dell'Ade Plutone, viene liberata dagli inferi per risalire in superficie a regalarci la primavera.


[1] Sante è gestore del Mutenye e promotore dell'iniziativa “I diritti degli ultimi” che avrà luogo in via del pratello il 21 marzo 2010

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