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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 67 - 1 Marzo 2010 | 0 commenti

Prefazione di Norberto Bobbio al tema delle carceri (1973)

Non si può continuare a far finta di ignorare che cosa avviene nel mondo separato (ma quanto vicino!) delle prigioni di stato, quali sentimenti vi si agitano, quali inutili e disumane sofferenze vi si consumano, quali soprusi vi si commettono, quali abusi di un potere, che pur essendo per sua natura straordinario è pur sempre regolato da norme giuridiche, vi si compiono, quale universo di violenza continuata vi si è costruito, tale da non lasciare alla sottomissione inerte e sentita come vile altra alternativa, come in ogni società dispotica, che la rivolta (generalmente domata con un soprappiù di violenza). Soprattutto non si può continuare a ignorare la consapevolezza che gli assoggettati abituali a questo universo separato vanno acquistando della continuità tra la vita di fuori e la vita di dentro, tra l'emarginazione nella società e l'esclusione dalla società, tra la privazione dei beni materiali e la privazione della libertà, tra la miseria (non il delitto) e il castigo, tra il ghetto come predestinazione alla galera e la galera come ghetto deliberato, autorizzato, consacrato dalle pubbliche leggi.
(…)
Dobbiamo spingerci ad andare, anche contro voglia, anche riluttanti, alle radici del problema. Che è il problema della violenza legittima, o, come si suol dire, delle istituzioni. Che le istituzioni politiche siano fondate in ultima istanza sulla violenza è, almeno sino ad ora, un fatto che nessuno ha mai messo in dubbio. Ma la violenza per essere legittima deve essere prima di tutto necessaria, e come tale deve essere impiegata soltanto come “extrema ratio”. Ciò vuol dire che la violenza delle istituzioni per contrapporsi giustificatamente alla violenza individuale deve essere autorizzata, regolata, controllata, e continuamente rimessa in discussione. Altrimenti non differisce dalla violenza individuale. Anche chi è convinto della malvagità essenziale, irrecuperabile, del delinquente, non può credere che la risposta giusta alla malvagità individuale e occasionale sia la malvagità collettiva e istituzionalizzata, perché questa sarebbe la continuazione, anzi la sublimazione, dello stato di violenza, l'instaurazione del regno del terrore, che non è necessario essere utopisti sociali per condannare come la perversione dello stato, cioè del potere che pretende di porsi ad esclusione di tutti gli altri come l'unico potere legittimo.
(…)
Quello che oggi ci è dato sapere con una certa approssimazione alla verità è che nel corso della storia sono state inventate e praticate le pene più diverse, di cui la limitazione della libertà non è che un esempio, una più efferata dell'altra, una più inutile dell'altra, e che l'ottimo carcere, il carcere modello, non esiste, perché i due fini della reclusione, l'intimidazione e l'emenda, sono incompatibili. Un carcere tanto più adempie alla sua funzione deterrente quanto più è duro. Ma quanto più è duro, tanto meno è atto a correggere, a trasformare un delinquente in un buon cittadino. Anzi, come è a tutti noto, inasprisce, distrugge la personalità, fa di un delinquente occasionale un delinquente incallito. Se un carcere sempre meno rigido costituisce un freno troppo debole alle spinte eversive che nascono da ogni società (sinora esistita) fondata sulla diseguaglianza, un carcere troppo rigido diventa, come tutti sanno e ripetono, la più efficace scuola del delitto, riproduce, non elimina, moltiplica, non riduce, il delinquente. Come un ospedale in cui ci si facesse ricoverare non per guarire ma per ammalarsi maggiormente o per morire (cosa che pur accade; ma non per questo si può ritenere sia lo scopo per cui sono stati istituiti gli ospedali e che comunque li distingue istituzionalmente dai lazzaretti). Poiché il problema dell'ottimo carcere è un problema insolubile (insolubile perché contraddittorio), e nessuno oggi può credere seriamente che il problema della delinquenza possa essere risolto all'interno delle istituzioni penali, siamo costretti dalle cose stesse a porci ben altri problemi, se non vogliamo chiudere gli occhi di fronte a una realtà che è insieme drammatica e atroce: di chi va in carcere, per quali ragioni e in quali condizioni di esistenza, di come vi entra, di come vi esce, di chi sono i suoi educatori (o giustizieri).
Il testo proposto è un estratto della prefazione che Norberto Bobbio scrisse nel 1973 al libro di Irene Invernizzi “IL CARCERE COME SCUOLA DI RIVOLUZIONE” Giulio Einaudi editore, Torino 1973 consultabile la sito

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