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Scritto da nel Numero 69 - 1 Maggio 2010, Scienza | 0 commenti

Brume in Val Padana

“A Milano quando c'è la nebbia non si vede”, in questo condensato di comicità, proferito dal principe della risata appena giunto alla stazione meneghina, nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”, si concentra tutto il mistero, il fascino ma anche la cupezza e persino l'angoscia che caratterizza questo evento meteorologico.

La secca definizione dell'evento che si può leggere su Wikipedia è la seguente: “la nebbia è il fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. E' costituita da goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria”. Ma per tornare alla fulminea battuta di Totò possiamo aggiungere che essa è il prodotto di un processo di condensazione del vapore acqueo, in prossimità del terreno, in minuscole gocce d'acqua che modificano le proprietà ottiche dell'aria riducendo la visibilità orizzontale. Più sono presenti e consistenti tali goccioline maggiormente si parla di nebbia e nebbia fitta anzichè di nebbia leggera o foschia.

Le nebbie si distinguono in nebbie da evaporazione e nebbie da raffreddamento che sono le più comuni. Quest'ultime si ripartiscono poi in nebbie da irraggiamento, da avvezione e di pendio. Per capirci, le prime sono quelle tipiche delle grandi pianure, allorquando si realizza la sinergia fra tre condizioni basilari: masse d'aria umida al suolo, cielo sereno, assenza di ventilazione, ossia quando, specie nelle ore notturne, il calore immagazzinato dal terreno viene spinto verso l'alto, raffreddando così gli strati d'aria più in basso, che si condensano, sino ad una quota intorno ai 200-300 metri. Le nebbie da avvezione sono invece quelle proprie delle zone costiere, allorquando strati d'aria più caldi e umidi scorrono sopra a superfici d'aria più fredda. Infine quelle di pendio sono dovute all'innalzamento di masse d'aria umida che dal fondovalle risalgono lungo i versanti delle montagne e tendono ad essere assimilate con la vera e propria nuvolosità, con la differenza che se ne distinguono per il loro diretto contatto con il suolo, anche se certo quando in curva si sfonda il guardrail e si fanno un paio di cappottate fra le querce non ci si sofferma a sottilizzare sulla tipologia della nebbia.

Dovessimo aprire una piccola finestra sulla geografia delle nebbie in Europa, a parte che rischieremmo di farle sparire perché entrerebbero correnti d'aria, smonteremmo facilmente un po' di miti; in primis quello della nebbia perenne londinese. Le isole britanniche in realtà sono costantemente esposte ai venti occidentali che facilitano il ricambio d'aria, di conseguenza statisticamente presentano molte meno giornate di nebbia di una qualsiasi pianura del continente; e fra l'altro si tratta per lo più di nebbie da evaporazione, essendo territori alquanto piovosi. Le aree a maggiore nebbiosità sono invece le pianure germaniche e quelle carpatico-danubiane, nonchè la nostra Pianura padana, nonostante la consistente riduzione degli ultimi anni, che viene quantificata sino ad un 25-30% in meno. Più o meno il dato del calo dell'affluenza alle elezioni; forse meno nebbie uguale più sole, uguale più gite fuori porta, uguale più astensionismo o forse, da un punto di vista strettamente anarcoide, più ci si vede chiaro meno ci si presta ai trucchi della pseudo democrazia ma qui il discorso ci porterebbe lontano, oddio lontano…con la visibilità ridotta buona grazia se si trova il cancello di casa o l'uscio del seggio.

La flessione delle giornate di nebbia in Val Padana (meno 27% a Torino, meno 30% a Venezia, meno 32% a Bologna e meno 44% a Milano Linate), dagli anni 90 in poi, è di portata davvero impressionante, tanto che i famosi cori da stadio “solo la nebbia, avete solo la nebbia”, rivolti dai tifosi romanisti o napoletani ai rivali interisti o juventini, sono andati definitivamente in soffitta. Purtroppo alla gioia di qualunque automobilista pendolare si deve contrapporre la preoccupazione che tale riduzione non sia altro che l'ennesima evidenza delle trasformazioni climatiche prodotte dal riscaldamento globale: l'aumento medio delle temperature minime notturne in autunno ed inverno e l'incremento della temperatura dei nostri mari fanno sì che rispettivamente diminuiscano sia le nebbie da irraggiamento che quelle da avvezione. E la ulteriore dimostrazione di questo nesso si riscontra nella differenza sempre più netta che si ha fra la presenza della nebbia nelle città rispetto alle campagne circostanti; nelle prime essa è praticamente scomparsa grazie al maggiore

riscaldamento complessivo, favorito dall'inquinamento e dal parossistico pompaggio di calore nell'aria che permette ai nostri fragili corpicini di non avvertire mai la sensazione di freddo.

A questo punto coloro che amano la dimensione irreale, di sospensione, persino ipnotica, che avvolge uomini e materia allorquando ci si immerge in atmosfere nebbiose, come possono rimediare? Devono spingersi agli irti colli per cercare la nebbia di pendio? Devono prendere il primo volo per la Danimarca o l'Ucraina orientale, peraltro a rischio di non poter atterrare e di girare in tondo sopra quel candido manto? Devono trasferirsi tutti fra il pavese, il vercellese e l'alessandrino che rappresentano le aree italiche con la maggiore concentrazione del fenomeno, a dispetto di chi pensa subito al Polesine?

E coloro che al contrario si sentono impotenti, melanconici, addirittura stressati dal fenomeno, sebbene esso sia in contrazione, come devono regolarsi? Aspettare fideisticamente il messia della primavera? Andare a svernare nel Mezzogiorno nella assurda pretesa di non imbattersi mai in tale fenomeno (per inciso Foggia detiene 20 giorni in media di nebbia in inverno e 9 in autunno e Frosinone 30 e 22, per non dire delle zone interne montuose che abbondano di nebbie di pendio)? Imbottire il Monte Turchino in Liguria di tritolo al fine di far esplodere il tappo della bottiglia padana, come da antiche memorie portobelliane?

Bene, ad entrambe le specifiche fazioni meteorologiche suggerirei di soprassedere ai colpi di testa e di vedere il bicchiere mezzo pieno, considerando la nebbia quale un fenomeno che, al pari degli altri che ci propina il clima, ha intrinseche bellezze e macroscopiche brutture e come tale va preso e volendo interpretato. Il fascino dell'invisibilità dona tratti nuovi e sorprendenti a quanto in genere risulta asfittico ed inoltre riconduce gli uomini ad una dimensione uterina, di introspezione, senz'altro meno frenetica rispetto ai ritmi eteroimposti. Al contrario, nella nebulosità si nascondono anche le peggiori infamie ed opacità che possono essere disvelate solo da squarci di luce solare, ad esempio da una riforma vera della giustizia che, anziché sfornare norme ad personam, impedisca il perpetuarsi di tribunali ribattezzati “porto delle nebbie”, proprio ad indicare la capacità di sotterrare le tante barbarie degli umani. Queste ultime invece sono dentro di noi e prescindono dal contesto climatico: si può sventagliare una raffica di mitra sotto la più bella delle luci del deserto o nello sfavillare del sole fra le messi dei campi siciliani, così come si può “romanticare” fra le canne del delta del Po, non riuscendo a definire bene nemmeno i contorni del volto su cui si posano le labbra (fatelo comunque da sobri perché al diradarsi delle brume rischiate il coccolone).

Quanto alla tendenza per il prossimo mese si può senz'altro affermare che di nebbie non se ne dovrebbero vedere, al più di pendio e da evaporazione; del resto ci si aspetta che questo mese ci proietti verso l'estate ed assicuri stabilità e primi bagni. Purtroppo non pare che nella prima decade ciò possa accadere in quanto un affondo di aria nordica, piuttosto fredda per il periodo, dovrebbe dirigersi verso il Mediterraneo occidentale creando situazioni di instabilità temporalesca anche sulle nostre regioni. A dire il vero, specie se la traiettoria delle correnti dovesse dirigersi più verso il Portogallo che non verso il sud della Francia, si rischia di avere due climi assai divergenti, con le regioni settentrionali e le centrali tirreniche coinvolte da treni di perturbazioni, che nella fascia alpina e prealpina ma in genere oltre Po garantirebbero acquazzoni, grandinate ed anche bruschi cali di temperatura, in particolare a cavallo fra il 4 e il 10 maggio, mentre sul resto dell'Italia, comprese le centrali adriatiche, dal punto di vista del caldo si avrebbe un assaggio di estate con la risalita dei venti caldi dal Sahara, anche se il cielo non si presenterà comunque sempre sereno. Possiamo quindi dire che il mese partirà all'insegna del federalismo, per la seconda metà… confidate in Fini se ne avete voglia.

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