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L'infelice gente di Dublino




Se James Joyce avesse dovuto descrivere la sua capitale nel nostro tempo, “Gente di Dublino” non sarebbe mai stato scritto. La trascinante agonia dei dublinesi dei primi anni del Novecento (1914), visti con gli occhi di Joyce, nulla ha a che fare con la sprizzante vitalità del Saint Patrick's Day, delle feste, della musica o dei vivaci colori delle coloratissime porte di O' Connell street.

Grandi protagonisti dei brevi racconti sono quegli elementi naturali che generano senso di oppressione; aldilà del senso di soffocamento che una città provinciale com'era Dublino doveva provocare (nel racconto “Eveline” la protagonista si domanda cosa avrebbe detto il vicinato della sua fuga) ci sono un'ansia e un'angoscia del tutto personali di uomini e donne appena entrati nel Novecento, non ancora consapevoli della velocità del secolo breve, eppure inconsciamente legati a un Ottocento particolarmente rassicurante.

Nascosti dietro a “cortine di velluto”, “cretonne polveroso”, “tendine di pizzo” osservano la città senza riuscire a vivere una vita allo scoperto e nemmeno l'attimo dell'epifania interviene a salvarli; nel momento in cui ai dublinesi appare la realtà del loro spirito si rinchiudono nella drammatica condizione di chi pensa di non poter agire. La paralitica consapevolezza che esiste un ordine costituito, un filo dell'esistenza impossibile da recidere, fa sì che Eveline, a un passo dalla sua felicità, sia attiva in una scelta, ma che è scelta di passività, scelta di ritornare a ciò che le garantisce un tetto sulla testa e di che mangiare, anche se questo significa vivere una vita infelice. La nube epifanica arriva come “polvere negli occhi” da gettare, nel caso di Jimmy, che sa, forse dal principio, di perdere, ma che inizia e continua a giocare a carte senza riuscire a frenare sulla china pericolosamente ripida della sua esistenza. A volte la polvere si accumula offuscando uno strato di coscienza, altre volte protegge e si mescola all'odore di muffa, celando reali necessità e improbabili slanci verso la vita. Ancora la polvere diventa il titolo di un racconto, che restituisce un'atmosfera ovattata, fra canti che sanno d'antico. Le fotografie ingiallite, polverose, in “cornici di corno rugoso” sembrano specchi di esistenze possibili, ma ormai passate e inafferrabili.

La stessa acqua, elemento vitale e salvifico, è tranquillizzante quando ha le sembianze di un “fiume povero d'acqua” accanto al quale James Duffy di “Un caso pietoso” sfugge alla lontana città, ma è paralizzante quando è mare aperto verso Buenos Aires.

L'odore di chiuso che si respira attraverso la lettura delle pagine rende irriconoscibile al visitatore la bella Dublino vitale di oggi. Dublino, oggi città giovane per eccellenza, poco conserva dell'atmosfera soffocante vissuta dai protagonisti dei brevi racconti di Joyce; forse il solo Temple Bar, unitamente ai numerosi locali fumosi e coadiuvato dal grigiore meteorologico dell'isola, potrebbe essere ritrovato fra le pagine del capolavoro joyciano… eppure a volte, certe atmosfere, hanno la didascalia e il sottotitolo dei pacchetti turistici.


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