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Scritto da nel Arte e Spettacolo, Numero 108 - 1 Aprile 2014 | 0 commenti

Fotografe di guerra: Margaret Bourke-White e Lee Miller

Fotografe di guerra: Margaret Bourke-White e Lee Miller

Nel mondo di oggi viviamo sempre più immersi in una società delle immagini, facendone ampio uso sino quasi all’eccesso. Oggi grazie alla fotografia abbiamo il potere di conoscere ogni cosa anche le più terribili; la morte, l’orrore e la guerra sono diventate immagini ormai ben salde in ognuna delle nostre menti. Il potere acquisito dalla fotografia è talmente forte che quasi non esiste più la realtà se non vi è un immagine a dimostrarlo. Negli anni ’30 le cose erano diverse, la radio e la stampa erano gli unici canali di informazione e la fotografia, che era un mezzo per pochi, con il suo fascino e il suo potere ammaliante stava per divenire, con la sua carica narrativa, un nuovo potente mezzo di comunicazione: portavoce e prova inconfutabile, di realtà. Così fin dalla sua nascita la fotografia si è fatta carico di materializzare la bellezza e consapevolizzare l’orrore. E proprio l’orrore si è dischiuso ai nostri occhi in tutto la sua mole proprio quando la fotografia si fatta è scrittrice delle nostre esistenze. Con la influenza del suo verismo ci ha insegnato a leggere la storia, a capirla, ne ha mostrato i mille volti aprendoci un nuovo modo, unico, di conoscenza.

Nel corso della Seconda Guerra mondiale, tra i tanti che hanno catturato gli eventi nelle loro fotografie, si sono distinte due figure femminili che, assai diverse tra loro nella vita e nel lavoro, ci hanno restituito uno sguardo unico e inimitabile attraverso i loro scatti: Margaret Bourke-White e Lee Miller.

Per Margaret Bourke-White fotografare significava saper “trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare, perché oltre ad essere un fotografo sei un essere umano un po’ speciale”. Per lei forte, ambiziosa e indipendente, quel qualcosa si caratterizzò sin dall’inizio di una forte carica sociale, che descrisse attraverso il nascente mondo del lavoro: dalle grandi architetture statunitensi alle industrie sovietiche; nell’insorgere della crisi economica e dell’emergenza sociale in un’America che sogna e spera nel futuro. Quell’America che riponeva le sue speranze nel New Deal che la stessa Margaret ci presentò, a partire dal 1936 su LIFE di cui realizzò la foto della prima copertina. Racconterà anche l’Europa: dai primi tentativi tedeschi, post guerra, di rialzarsi sino all’avanzata nazista, preludio di un nuovo conflitto. Allo scoppio Margaret fu presente, in prima linea sul fronte, inviata per LIFE a salvare momenti unici e importanti della storia. Il periodo della guerra, vissuto sempre con  grande tenacia e determinatezza, restituisce un reportage unico sempre vissuto con grande partecipazione umana e sociale. Con la sua macchina fotografica ha documentato l’orrore dei campi di concentramento così come le dure battaglie intercorse tra i diversi fronti incluso quello bolognese denominato Linea Gotica. Fu anche grazie al suo lavoro e alla sua capacità di tradurre il terrore e la brutalità di questi eventi in immagini che LIFE, per la prima volta, darà spazio, pubblicandole, a immagini di guerra, alle quali vennero poi affiancate quelle ad opera di Eisenstadt, Loengard, Capa. La sua attività di fotografa continuò anche dopo la conclusione della guerra, regalandoci nuovi e indimenticabili fotoreportage sugli eventi più significativi del XX secolo.

Margaret Bourke-White non fu la sola donna accreditata come fotografa al fronte; assieme a lei Lee Miller si fece interprete e altrettanto grande narratrice della Seconda Guerra Mondiale. Lee Miller fu modella, musa e allieva dei più grandi artisti del Novecento in particolar modo collaborerà per tre anni, a Parigi, al fianco di Man Ray con il quale compirà alcune delle più importanti scoperte e sperimentazioni sul fronte della ricerca fotografica come la solarizzazione. Come fotografa si dimostra sin da subito una grande ritrattista, nel 1942 fu accreditata come fotografa di guerra per Vogue, proprio la sensibilità verso il ritratto renderà i suoi scatti unici; scatti che proprio nei volti, nella figura umana ma anche nei dettagli vedono l’impronta unica della lettura di Lee Miller. Volti, oggetti e luoghi raccontati nei momenti più tragici della storia del conflitto, momenti nei quali Lee era sempre presente, quei momenti in cui “usare la macchina fotografica era quasi un sollievo. Interponeva una lieve barriera tra me e l’orrore di fronte a me”. Ma lo scatto che più di tutti lega Lee al conflitto mondiale è una foto che la vede protagonista, realizzata dal collega David Scherman, all’interno della vasca da bagno nell’appartamento di Adolf Hitler, con un paio di scarponi militari in primo piano, una divisa abbandonata su una sedia e lei ancora una volta bellissima modella immortalata nell’imitare la scultura classica presente al suo fianco. Una foto che proprio per mezzo delle parole di Lee ci racconta di lei e ci racconta della guerra: “Sembravo un angelo fuori. Mi vedevano così. Ero un demonio, invece, dentro. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina”.

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