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L’affluenza è un fatto secondario

L’affluenza è un fatto secondario. Lo è nelle democrazie più mature, lo è alle assemblee di condominio dove contano i millesimi, lo è dove il contenuto ideologico della sfida è soppiantato dalle scelte tecniche e dalle ingegnerie legislative, lo è dove il maggioritario reclama governabilità e non si cura della rappresentanza. In questo senso, il Renzi-pensiero è perfettamente coerente: la vera sfida è il giorno delle primarie, ove il popolo può scegliere il leader del Partito della Nazione e poi comodamente lasciargli la delega per le successive assemblee. Il superamento dei corpi intermedi, dei luoghi dove la democrazia si pratica quotidianamente, la centralità della politica interpretata come un contatto virtuale e unidirezionale tra rappresentanti e rappresentati non fa altro che banalizzare chi ancora si ostinasse a fare politica fuori dai luoghi deputati ed eletti a una sorta di più o meno riconosciuto volontariato. E’ perfettamente coerente con un modello capitalista ove il potere risiede nell’economia privata, nelle grandi multinazionali, nei direttori e nei manager delle grandi strutture ancorché pubbliche, dove la capacità della politica si scontra contro la sua incompetenza, contro l’annullamento della sua volontà innovatrice, contro la sua incapacità di incidere sulla vita reale, intrappolata com’è a verificare gli scontrini del bar e a spulciare la vita privata dei suoi malcapitati eletti. The show must go on.

Nulla a che vedere con la tradizione dei partiti popolari, dei congressi, del bisogno costituzionale che ogni persona partecipi per arricchire la repubblica democratica, dove rappresentare opinioni diverse è talmente chiave che la pratica della lottizzazione risulta garanzia di pluralismo e di rappresentanza. Abbiamo rottamato la bicicletta? Dunque chi non ha testa, abbia gambe.

Come fare per ravvivare lo spettacolo? A ben guardare, l’assottigliamento del corpo elettorale rende l’happening elettorale molto più adatto ad una società dei vip, dove secondo i canoni del marketing tutti siamo speciali, dove ha senso entrare se si è “in lista” e si conosce personalmente il candidato, dove il prodotto elezioni si posiziona in contrapposizione a chi la odia e vuole distruggerla, il che in un’ottica commerciale di successo è win-win sia per chi vuole governare sia per chi si candida a fare ascolti ringhiando rutti contro il nuovo campione della tv forte della sovranità proveniente dal governo del telecomando. Per rendere appetibile l’esercizio democratico, per favorire la partecipazione delle famiglie alla gita domenicale al seggio andrebbe forse superato l’uso delle scuole, troppo grandi e dispersive, e delle crocette. Per generare un’esperienza indimenticabile occorre ben altro: si potrebbero servire aperitivi e colazioni, chiedere a sponsor privati di creare luoghi di svago per i bambini con giochi gonfiabili, promuovere i selfie con la scheda elettorale e con personaggi dello spettacolo presenti per l’occasione, mandare lo spoglio in diretta sui teleschermi presenti nei locali e rendere possibili scommesse in tempo reale su chi vince agli intertempi infragiornalieri.

Il nullafacente Salvini al “Pranzo è servito” contro il secchione Renzi alla “Ruota della Fortuna”: il ruolo delle istituzioni moderne è quello di piazzare questo prodotto presso l’elettorato per promuoverne la conoscenza e la partecipazione, what else?

Il trailer è andato in scena in Emilia Romagna e in Calabria e mentre le nuove generazioni rincorrono modelli di successo ormai obsoleti aspettiamo che l’ultimo guizzo del Silvio nazionale lanci l’X-Factor della politica per vedere se non di rottamare perlomeno di fare un primo tagliando a questa nuova generazione. Altro che onore delle armi, un minimo di meritocrazia vorrebbe Silvio alla Presidenza della Repubblica per averci portato fin qua e allevato la futura classe dirigente.

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