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Scritto da nel Numero 113 - 1 Ottobre 2014, Politica | 0 commenti

Le diciotto ragioni dell’articolo 18

Le diciotto ragioni dell’articolo 18

Cominciamo con l’aspetto più evidente e più trascurato dell’intera questione, in cui si fa parecchia confusione fra il lavoro che non c’è e la possibilità di crearne. Prima ragione a sostegno dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non ha nulla a che vedere con la creazione di posti di lavoro. Le riforme – parola vaga e ricorrente almeno quanto la parola cielo – consentono di mettere in un calderone mille cose da fare in mille giorni, ma in realtà viene creato solo un gran fumo nel quale agire per distruggere le tutele esistenti (2). Tutele che, ricordo, non sono beceri attaccamenti di stipendiati fannulloni, ma diritti (3) dei lavoratori che ci sono e che verranno. A questo proposito sento i governativi dire che chi si oppone difende i diritti di pochi a discapito di quelli di molti, ma non è vero: questi molti sono proprio coloro che sono esclusi dalle garanzie dell’articolo 18 perché collocati in aziende non riferibili a tale punto dello Statuto (4) oppure – per la maggior parte – perché ancora inoccupati (5). Si dice a tal riguardo, girando la frittata, che la reintegrazione è parziale e che toglierla a tutti creerebbe “un nuovo welfare universalistico” (approfitto per rivolgere i miei compimenti a Luigi Zanda per quest’affermazione, degna di un racconto di fantascienza); ma livellare i diritti togliendone è un’operazione sempre inopportuna (6). Vorrei inoltre sapere come si costruisce benessere senza certezze in una società capitalistica; le tutele crescenti sono una presa in giro: perché mai un datore di lavoro dovrebbe offrirle? Per vedere se il lavoratore le va meritando? Ma se lo può licenziare senza l’obbligo di reintegrarlo nell’evenienza di comprovata ingiusta causa perché non offrirgli tutte le altre tutele da subito (7)? Su questo punto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha voluto dare un segnale di distensione sostenendo che l’articolo 18 va “superato”, lasciando però il reintegro per i licenziamenti illegittimi di carattere “discriminatorio e disciplinare”. Ciò significa che gli altri licenziamenti illegittimi non meritano un procedimento giudiziario e la possibilità di recuperare il proprio posto di lavoro (8)? E ciò significa che s’intende reintegrare solo chi ha subito discriminazioni, ovvero chi maggiormente rischierà di tornare a subire comportamenti pretestuosi se non vessatori (9)?

E poi, che significa il superamento? La reintegrazione non è superata perché è uno strumento di garanzia (10) e non un peso per il datore di lavoro, che non assume a caso i dipendenti ma li sceglie in base all’incontro fra le sue necessità e le loro capacità. Questo è un punto importante perché bisogna affermare con chiarezza come l’articolo 18 non incida sulla possibilità di allontanare un dipendente, già regolata dalle leggi della Repubblica, mentre incide fortemente sulla repressione del licenziamento illegale (11). Ma questo non ci deve interessare, se come sostiene tale Tommaso Nannicini, economista e consigliere di Renzi, le certezze vanno date alle aziende e non ai lavoratori: «Vogliamo dare certezze alle imprese sui costi di separazione, superando, al tempo stesso, la discrezionalità dei giudici». Non si sente invece il bisogno di dare certezze ai lavoratori su come camperanno dopo un licenziamento illegittimo (12)? E davvero ormai tutto l’arco politico sostiene che i giudici non devono avere la piena libertà decisionale e che la sacrosanta interpretazione coscienziosa dei codici deve essere regolata dai poteri forti attraverso modifiche a proprio favore delle leggi stesse (13)? Ecco dove si arriva: a sovvertire il caposaldo della Repubblica, fondata non più sul lavoro ma sulla convinzione che l’imprenditore sia un benefattore che decide di dare una mercede a una persona altrimenti inoccupata (14).

Che significa allora abrogare l’articolo 18? Significa tornare indietro nel tempo, svilire la giustizia sociale raggiunta a fatica per imporre di diritto una regressione civile e politica (15) e favorire l’imbarbarimento della relazione fra dipendente e datore di lavoro, offrendo a quest’ultimo la possibilità di sottrarsi da responsabilità sociali (16) altrimenti evidenti. Quale progresso, allora! A quale futuro si appella Renzi nelle sue orazioni pseudokennediane! Come si può gridare alla speranza se ai giovani disoccupati si dice che, pur che trovino un impiego, sarà in ogni caso più precario di quello dei loro genitori (17)!

Non c’è nulla da fare, se non capire che il paese non riparte se non si crea lavoro. Il primo punto che ho scritto. Per creare lavoro si devono aiutare le aziende a sopravvivere e a produrre, non a licenziare e a chiudere. Come? Si devono far pagare le tasse a chi non le paga e abbassarle a chi le paga: oggi succede l’esatto contrario. Si deve far calare il costo del lavoro per tutti. Magari azzerarlo per i neoassunti. Altro che tutele crescenti, difese solo da chi s’è già accaparrato stipendi dorati e pensioni parlamentari.

Ah, manca ancora la diciottesima ragione a sostegno dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Eccola qua: abrogarlo non è giusto, e basta.

 

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