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Rohingja, l’esempio di Papa Francesco

C’è il male che imperversa nel mondo, in varie e crudeli forme. Alcune delle quali inimmaginabili. Altre, la maggior parte, in penombra, ma facilmente individuabili, basterebbe alzare lo sguardo verso le periferie delle città e del globo. Nei campi di concentramento in Libia, in quasi tutti i Paesi africani dove le multinazionali estraggono le risorse minerarie per il nostro benessere, nella Repubblica Democratica del Congo, nelle popolazioni perseguitate, negli schiavi venduti all’asta, negli stupri di massa.

C’è poi un esempio luminoso. Un cristiano, che si reca in un Paese buddhista per chiedere perdono ad una popolazione musulmana. Commuovente papa Francesco, nel disattendere le indicazioni dei vari diplomatici locali che avevano suggerito o persino intimato di non pronunciare quella parola: rohingya. Per tutta risposta, la risposta dell’unico capo di Stato rivoluzionario di questa epoca: «La presenza di Dio oggi si chiama anche rohingya, che ognuno abbia la sua risposta. La vostra tragedia è molto dura e grande ma le diamo spazio nel nostro cuore. A nome di quelli che vi perseguitano e vi hanno fatto male e per l’indifferenza del mondo chiedo perdono, perdono. Continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i vostri diritti, non chiudendo il nostro cuore. Forse possiamo fare poco per voi». I sedici rappresentanti rohingya del loro popolo perseguitato hanno raccontato la loro storia a “Sua Santità” e si sono seduti al posto d’onore a loro riservato, alla destra del papa.

Ecco, di fronte a gesti straordinari che non scalfiscono media ed opinione pubblica, solamente in pochi si chiedono quale possa essere il destino della civiltà che governa il mondo nel perdurare di tanta indifferenza. Continuano inesorabilmente a colpire altre cose, altre questioni. Nello stesso giorno del gran gesto del papa, in Italia alcuni talk show sottolineavano le inquietudini della popolazione cristiana perché in qualche istituto scolastico italiano un preside fantasioso ha improvvisamente vietato il presepe. Questo sì, autentico simbolo della cristianità! Non l’essenza dei gesti, la lotta contro l’ingiustizia, la solidarietà: questa è roba scomodante, meglio non parlarne, susciterebbe fastidio, irritazione, imbarazzo.

D’altronde, il Paese che ospita il Vaticano e che si vanta d’essere l’unico baluardo dell’accoglienza, elogia il suo Ministro dell’Interno per aver fatto un accordo direttamente coi trafficanti libici: soldi in cambio di barriere ai migranti d’Africa: ergo, campi di concentramento fuori dall’umanità. No, qui non si vuole cedere alla retorica buonista dell’accoglienza. Ciò che invece si vuole invocare è l’intervento della cosiddetta comunità internazionale proprio in Libia, affinché quanto meno si prenda cura dei profughi, senza promettere altre destinazioni o viaggi della speranza.

Insomma, all’Africa, alle popolazioni perseguitate o ridotte in schiavitù, non occorre un altro “piano Marshall”, espressione impropria dal punto di vista storico, che viene evocata puntualmente nei grandi vertici fra capi di Stato africani ed occidentali (come l’ultimo in Costa d’Avorio). E mai concretizzata. E, anche se i finanziamenti occidentali aumentassero, non farebbero altro che ingrossare le tasche delle elite africane corrotte, di presidenti autoritari o veri e propri dittatori tenuti in piedi dai governi occidentali per continuare a saccheggiare sottosuolo e risorse e mobilitare gli eserciti contro le migrazioni, le opposizioni, le minoranze.

Non è dalla sala congressi di un hotel a cinque stelle che si può sconfiggere il male del mondo, e nemmeno alleviare le sofferenze dei popoli. Piuttosto, si può fare seguendo l’esempio di papa Francesco, mettendo i piedi nei luoghi in cui risiedono i dannati della terra, promuovendo con vera intenzione la pace, applicando politiche di cooperazione dal basso senza secondi fini, propugnando il rispetto dei diritti umani e la sovranità dei popoli nelle proprie Terre.

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