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Lo spazio che unisce

La cronaca ci racconta di un’ Europa che non sta attraversando un gran bel periodo. Fra brexit, nazionalismi e populismi vari, la coesione del vecchio continente sembra essere alle corde. Ma se politica e finanza rischiano di dividere, almeno la scienza sembra parlare ancora un linguaggio comune. Come nel caso dell’ Ente spaziale europeo  che recentemente ha dato il via libera alla missione Ariel, dedicata allo studio delle atmosfere di pianeti in orbita attorno a stelle molto distanti.

Il progetto è stato messo a punto da un consorzio di oltre cinquanta Istituti di ricerca, appartenenti a quindici nazioni europee, Italia, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Spagna, Olanda, Belgio, Austria, Danimarca, Irlanda, Germania, Ungheria, Portogallo, Repubblica Ceca e Svezia. Il nostro paese gioca un ruolo di primo piano, anche a livello  organizzativo. Coordinatrice della missione è Giovanna Tinetti, dello University College di Londra, e connazionali sono anche due co-principal investigators, Giusi Micela dell’Inaf di Palermo e Pino Malaguti dell’Inaf di Bologna, membri di un team di cui fanno parte diversi altri scienziati e strutture dell’ Istituto nazionale di astrofisica, oltre  all’ Università di Firenze, l’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr di Padova e l’Università Sapienza di Roma.

La sonda Ariel verrà lanciata nel 2028, il suo luogo di lavoro, in una posizione di  equilibrio gravitazionale a un milione e mezzo di chilometri dal nostro pianeta, gli consentirà una perfetta visione del cielo, al riparo dal Sole. Da lì potrà osservare numerosi pianeti extrasolari con dimensioni simili a quelle di Giove e Nettuno, ma anche le cosiddette super-terre, pianeti con un diametro di poco superiore a quello terrestre.

La sonda è attrezzata con uno specchio del diametro di un metro, realizzato in Italia, che raccoglierà la luce, visibile e infrarossa, proveniente dai sistemi extrasolari. Dall’ analisi delle radiazioni luminose verranno identificati gli elementi chimici presenti nelle atmosfere degli esopianeti osservati.

Sono passati più di venti anni dalla scoperta, nel 1995, del primo di questi corpi celesti, 51 Pegasi B. Da allora, grazie al progresso degli strumenti di ricerca, ci si è resi conto che quel pianeta non era che la punta di un iceberg. Gli esopianeti si contano a migliaia. Ma l’ aspetto più affascinante è che in una tale moltitudine, ce ne sono parecchi molto simili alla Terra. Non solo per le dimensioni, ma soprattutto per trovarsi nella fascia abitabile, la giusta distanza dalla loro stella per l’ ipotetico sviluppo della vita.  

Da qui ad affermare che non siamo soli nel cosmo ce ne corre, ma le statistiche lasciano la porta aperta. Secondo l’ astronomo Steven Vogt, membro del team che nel 2010 scoprì il primo esopianeta simile alla Terra, “Il 10-20 per cento dei sistemi solari potrebbe avere pianeti abitabili: moltiplicato per centinaia di miliardi di stelle nella Via Lattea, significa che potrebbero esserci decine di miliardi di altre Terre nella nostra galassia.”

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