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Scritto da nel Numero 102 - 1 Agosto 2013, Scienza | 0 commenti

Kyrie Eleison

Kyrie Eleison

Saranno passati ormai una decina d’anni da quando regalai a mio padre una mini stazione meteorologica, di quelle che ormai fanno bella mostra in tutti i salotti per avere sempre la misura del clima esterno. L’ho trascinato, a più riprese, nella passione meteo, sin da quando, bambino, zittivo tutti affinché non ci perdessimo nemmeno una parola di quanto vaticinato dal Colonnello Bernacca in televisione. E lui ricambiava senza finzione. Da quando in casa, in Calabria, esiste il cordless, ogni volta che ci sentivamo al telefono passava davanti allo strumento a elargirmi i dati di temperatura e umidità registrati al momento, dati che peraltro, sia in estate che in inverno, risultavano meno “aggressivi” rispetto a quelli di cui disponevo nell’umida pianura emiliana. Ma andiamo avanti con la storia ed arriviamo agli infami tempi recenti del mai digerito mese di giugno.

Il suono del canto “Kyrie eleison”, che può udirsi nelle chiese di rito greco-ortodosso, risulta senz’altro più dolce rispetto al corrispettivo italiano “Signore pietà”, ma di per sé non è sufficiente per alleviare il dolore causato dalla morte di un proprio caro. Anzi pare, nella sua minore neutralità o anche maggiore compenetrazione, risvegliarti dal torpore ed accompagnare musicalmente il viaggio che il crampo allo stomaco percorre nel suo irradiarsi lungo tutto l’apparato osteo-articolare. D’altra parte però risulta più liberatorio ed anche più efficace nel creare una connessione mentale con l’aldilà, anche in chi non ne ha una convinzione assoluta.

Magari è stata solo una sensazione estemporanea, dovuta al radicamento interiore della tradizione e della cultura “arbereshe” che contraddistingue la mia famiglia ed in parte il sottoscritto. Ma è comunque quanto mi è riemerso nel volervi partecipare al ricordo di mio padre.

In una traduzione meno letterale, la locuzione sta a significare la richiesta all’Altissimo, da parte di parenti ed amici, di una particolare misericordia in favore del defunto. Chiedendo venia ai lettori per l’approccio sin qui così intimo, mi riallaccio però alla citata invocazione religiosa: davanti alla salma dello Stato italiano, quale altro inno potremmo levare al cielo se non “Signore abbi misericordia” di questa povera nazione?

Ora, che il Kazakistan sia il nono stato per superficie territoriale (poco meno dell’intera Europa), che ci abitino comunque 15-20 milioni di persone e che sia probabilmente il paese, dal punto di vista delle risorse naturali (carbone, petrolio, metano, uranio, zinco, etc.), con la ricchezza procapite, quanto meno potenziale, più alta al mondo, sono tutte cose che ne fanno una nazione importante, senza dubbio più importante di quando era inglobato nell’Urss ed era conosciuto solo dagli ingegneri minerari. Che sia governato da una sorta di dittatura personalistica ci sta pure nel travaglio post-comunista degli egli ex stati sovietici. Che però si possa permettere di pigliare a pesci in faccia una cosiddetta democrazia occidentale, pur sempre protettorato della superpotenza statunitense, mi pare fatto di una certa rilevanza. Con tutto il rispetto verso il fiero popolo kazako, mi pare davvero assurdo, quasi un buffo contrappasso, che, se negli anni ’50 molti democristiani temevano di vedere i cosacchi abbeverarsi nella fontana di Trevi, oggi dobbiamo assistere impotenti all’invadenza cosacca (il Kazakistan è detto anche Cosacchia e tale comunità militare è da sempre presente nel suo territorio, oltre che in quelli di Siberia ed Ucraina) presso i nostri ministeri degli Interni e degli Esteri.

Al netto della legittimità delle procedure e delle normative di diritto internazionale che senz’altro saranno state rispettate, ciò che in prima battuta sfugge al senso comune è come sia possibile che un presunto terrorista venga “ospitato” dall’inflessibile ed austero stato britannico, con la concessione dell’asilo politico, quanto meno sino a giugno, seppure condizionato dal divieto di lasciare l’isola, e la sua famiglia non goda invece del medesimo trattamento o comunque di un equivalente che la metta in sicurezza, anche in carenza di una esplicita richiesta in tal senso da parte della stessa. Non vedo come una bimba di sei anni possa in alcun modo riuscire a destabilizzare il potere del presidentissimo Nazarbayev.

L’altra palese illogicità, che investe direttamente invece la fragilità delle istituzioni italiane, è come sia possibile che si organizzi in un battere di ciglia l’estradizione della signora Shalabayeva e della figlia, senza che vi sia il benché minimo coordinamento fra le varie funzioni e figure interessate all’operazione. Si rimane sbalorditi e disarmati nel pensare che ciascuno agisce, se e quando agisce, solamente secondo il suo ristretto raggio d’azione e in una filiera, sia di relazioni fra poteri istituzionali (magistratura, governo, polizia internazionale, etc.) che di comandi (interni alla gerarchia delle forze dell’ordine), del tutto sbrindellata. Dove tutti fanno il gioco delle parti: dalla polizia, che non può ignorare chi è davvero la signora, nonostante ella cerchi di mischiare le carte, essendo stata fra l’altro dispiegata una forza che manco per l’arresto di Provenzano, al governo, che finge di cadere dal pero per non aver saputo, non aver sentito, non aver visto, ai ministri degli Interni e degli Esteri che evidentemente hanno ben altre priorità da rispettare, ad esempio ingegnarsi su come smantellare le fondamenta della carta costituzionale, all’ambasciatore kazako che supervisiona l’operato dei “nostri” funzionari, riuscendo persino a caricare le donne su un aereo privato anziché su un normale aereo di linea, come da prassi.

Insomma, per carità, niente di nuovo sotto il sole, e vicenda che potrebbe persino considerarsi marginale nel coacervo di misteri, depistaggi, irritualità, mancate risposte della politica, cui sono abituati gli italiani da settanta anni nelle vicende interne del paese. Solo che questa volta, come in passato nella strage del Cermis o nel sequestro di Abu Omar, c’è la risonanza mediatica internazionale che ci espone al ridicolo, quand’anche si potesse invocare la famigerata ragion di stato, in questo caso in versione internazionale. Un ridicolo che alla fine non fa nemmeno troppo male, in quanto poco aggiunge alla situazione di passività economica e politica di questa classe dirigente che finirà comunque spazzata dalla storia prima ancora che dai freddi venti caucasici.

Che poi in agosto i venti caucasici possano giungere presso i nostri lidi risulta alquanto improbabile. Ma in quanto agosto, poco effervescente quanto ad imprevedibilità delle previsioni sul nostro paese, ed in onore dell’imbarazzante asse italo-kazako di cui si è parlato, mi soffermerei a delineare per sommi capi il clima di quell’estesa area del mondo. Proprio l’enorme vastità del territorio non può che determinare notevole disomogeneità climatica fra le varie zone ma in estrema sintesi il minimo comun denominatore è la presenza di un clima tipicamente continentale, non plasmato quindi dalla presenza del mare (se non nei, relativamente pochi, chilometri di costa sul mar Caspio), caratterizzato da inverni assai freddi e nevosi ed estati che vanno da caldo umide a torride in alcune zone meridionali. Nel mese di agosto le città che si trovano nella parte sud dello stato, nelle regioni di confine con Uzbekistan e Kirghizistan, superano agevolmente i 40° nonostante la presenza dei massicci montuosi più alti, insieme a quelli che dividono con la Cina, anche se si tratta spesso di un caldo secco e quindi sopportabile. La capitale Astana che si trova nel centro-nord della nazione, in mezzo alle sterminate steppe, ha temperature invece oscillanti fra i 25° e i 30°, più o meno le medesime che si ritrovano nelle zone settentrionali ed occidentali confinanti con la Russia, ma con tassi di umidità più elevati; queste ultime aree risultano anche essere le più piovose. Un vento che impazza in lungo e in largo per la nazione è il famoso “buran” che soffia impetuoso da nordest, creando tormente di sabbia in estate e tempeste di neve in inverno. Altra caratteristica è la notevole escursione termica diurna, specie nelle aree montuose o desertiche, che rende la notte sempre piuttosto frizzante. Pare che a rendere tale la notte ci pensino anche le bellissime donne kazake, almeno secondo quanto riferitomi da un conoscente, credo ingegnere per una multinazionale, che ivi ha lasciato cuore e patrimonio e quivi testa e matrimonio.

Per le previsioni nostrane poco da aggiungere alla notizia di fondo: l’anomalia rispetto al trend estivo dell’ultimo quindicennio si è verificata a giugno e nella prima parte di luglio, con l’ingresso a più riprese di perturbazioni atlantiche che parevano non far mai partire la stagione. Non appena all’alta pressione azzorriana si sono sommate le ondate di calore portate dall’anticiclone africano siamo tornati agli standards meteorologici più recenti: solleone, stabilità e caldo, a volte afoso specie nelle pianure e nelle aree tirreniche, intervallato solo dalla breve tregua degli ultimi tre giorni che ha anche regalato cieli più tersi. L’anticiclone africano è però tornato subito in auge e non pare mollerà la presa prima del 15-20 del mese, anche se nelle regioni nord-occidentali ed alpine qualche fugace passata di temporali non manca mai. Per il resto dell’Italia è giunto il momento di godersi il sereno, l’estate piena con temperature alte anche di sera ed il mare, per chi non l’ha già messo alle spalle.

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